Traduzione tecnica: le parole che non ti aspetti

Traduzione tecnica: le parole che non ti aspetti

di George Frazzica, 19 marzo 2019

La traduzione non è solo una questione di parole: il punto è rendere comprensibile un’intera cultura.
(Anthony Burgess)

Kalksandsteinmauerwerk, il muro del Nord

Molti anni fa, all’inizio della mia carriera di architetto e di traduttore tecnico, ebbi l’incarico di revisionare i testi che un collega forniva mensilmente a una rivista internazionale di architettura. Il traduttore, laureato in lingue, traduceva sempre il termine Kalksandsteinmauerwerk con Muratura in pietra arenaria calcarea: evidentemente perché non aveva grande familiarità con il mondo delle costruzioni e della tecnologia edilizia. Sarebbe bastato dare un’occhiata al disegno tecnico posto accanto la didascalia per capire che il traducente, da lui proposto e ricavato da qualsiasi dizionario tecnico, non era pertinente. In realtà la traduzione corretta è Muratura in mattoni silico-calcarei: una muratura in blocchi molto diffusa in Europa continentale, ma non nei paesi mediterranei dove il laterizio è molto più comune. Persino i testi ufficiali tradotti in tutte le lingue europee, come per esempio le norme tecniche emesse dall’apposito organismo europeo CEN, contengono una traduzione non corretta, perché qui lo stesso termine viene tradotto con Elementi di muratura di silicato di calcio. Tutt’altra cosa.

Fu così che imparai a non fidarmi mai ciecamente del dizionario e delle fonti anche ufficiali, e iniziai a prendere l’abitudine di approfondire doviziosamente ogni termine inaspettato e vagamente sospetto.

Le parole dell’architettura affondano le radici nella propria terra

In Europa, il penultimo per grandezza tra i continenti ma il primo per complessità, il mondo dell’architettura e dell’ingegneria civile, più di quello dell’industria meccanica ed elettrotecnica, è da sempre molto legato al territorio, alle pratiche costruttive regionali, ai mestieri artigianali che fino a non molto tempo fa lo hanno regolato e governato. O meglio, che ancora lo regolano e governano diversamente in ogni nazione, affondando le radici in tradizioni millenarie radicate localmente. Basti pensare, per esempio alla penisola italica, dove le tecniche costruttive cambiano radicalmente da regione a regione, dal Sud al Nord, dalla costa alle valli alpine.

Ecco che lo stesso identico elemento strutturale della copertura in legno, la trave orizzontale parallela alla gronda che, appoggiata ai puntoni o alle capriate, sorregge i travicelli (in tedesco Pfette o Dachpfette) nella lingua italiana cambia radicalmente etimo a seconda del tipo di costruzione in cui è inserita. Nel tetto alla lombarda, che dal punto di vista prettamente statico si definisce non spingente puro, va tradotto con il termine Terzera (dal latino tristichon). Nel tetto alla piemontese, invece, che è un ibrido tra una struttura spingente e una non spingente, il nome corretto di quell’elemento è Arcareccio (deriv. di arco). Va detto che per la maggior parte dei dizionari on-line i due termini sono invece considerati sinonimi.

Aufschiebling, un grande sconosciuto

Sempre per rimanere nella zona del tetto, un’altra parola che non ti aspetti, e che se non la conosci è capace di farti letteralmente perdere il sonno, è Aufschiebling. È il nome che in tedesco viene dato a quell’elemento in legno che fa parte del tetto a capanna, posizionato nei pressi della linea di gronda e tipico delle architetture nord europee e alpine con pendenza prossima a 25°. L’inserimento si rende necessario anche in presenza di murature più larghe di 25 cm. Per motivi strutturali, infatti, la terzera di base è generalmente traslata verso il lato interno della parete e impedisce il fissaggio diretto del canale di gronda alla copertura. L’Aufschiebling serve a superare la distanza tra la terzera al piede della struttura di copertura e la linea di gronda. In questo modo nella zona dell’elemento l’inclinazione del tetto si riduce permettendo il facile scorrimento delle acque meteoriche nel canale di raccolta. L’elemento di raccordo ha di solito l’intradosso tagliato obliquo ed è inchiodato dall’alto al puntone. In francese è chiamato coyau, in inglese sprocket.

Una volta compresa la funzione, come si traduce questo elemento in italiano? Nella lingua della penisola il traducente esatto non esiste poiché le tradizioni architettoniche autoctone non lo hanno mai conosciuto. Dopo una dibattuta ricerca ho deciso personalmente di utilizzare un termine italiano che contraddistingue quell’elemento che, per morfologia e funzione, più si avvicina al vero Aufschiebling. In questo caso il termine è Passafuori, anche se si tratta di un elemento concettualmente più semplice che forma il sostegno per la parte sporgente del tetto. Un oggetto molto meno elaborato dell’Aufschiebling e dalla forma geometrica decisamente diversa, ma che almeno tramanda quasi integralmente il senso della sua funzione. Nelle traduzioni tecniche infatti, non esiste quasi mai la possibilità di tradurre un singolo termine con una lunga descrizione.

Ingegneria, chimica, acustica, settori pieni di contaminazioni

Lautheit. All’interno di un manuale di acustica architettonica che dovetti tradurre ricorreva spesso questo vocabolo e, naturalmente, la traduzione proposta dal dizionario non mi convinceva. Non si trattava del volume del suono né della rumorosità di un apparecchio. Traducenti che sarebbero potuti andar benissimo in altro contesto, come per esempio un manuale di meccanica o una valutazione di impatto ambientale, qui non funzionavano proprio. Quella volta non mi restò altro da fare che ricavare il significato da una fonte attendibile, per esempio una dispensa universitaria di acustica ambientale in tedesco e con quella bussare alla porta del mio vecchio professore di Acustica architettonica. Dopo una cordiale chiacchierata intrecciata di ricordi, fu ben felice di ascoltare la definizione in tedesco (che aveva studiato da ragazzo) e infine esclamò: Intensità soggettiva, anche detta Sensazione sonora! Non puoi sbagliare!

Tuttavia ogni vocabolo ha una storia a sé stante e il mestiere del traduttore, soprattutto quando si occupa di tecnica, consiste in un lavoro di scavo paziente, come quello dell’archeologo, e in un’opera certosina di presentazione e finitura, come quella dell’architetto, per fornire un prodotto pulito, logico, chiaro e funzionale. Infatti l’obbiettivo finale di qualsiasi testo tecnico è quello di veicolare nel modo più semplice possibile l’informazione complessa.

Il traduttore tecnico professionista conosce la materia meglio di ogni altro. Per i vostri testi affidatevi a uno specialista – architettura e l’ingegneria civile sono campi in cui opera quotidianamente George Frazzica (architetto libero professionista), affiancando l’opera di progettista a quella di traduttore.