Quando il Duce sorseggiava arlecchini

Quando il Duce sorseggiava arlecchini

Il nazionalismo nella lingua

Quando si parla di nazionalismo, ideologia che sembra ripresentarsi stagionalmente come l’influenza, non vengono in mente soltanto l’euroscetticismo o le diatribe sul velo a scuola, ma anche le ripercussioni che questo movimento ha sulla lingua.

Ammesso che, riferendosi a quelle lingue che più strenuamente si oppongono all’introduzione di prestiti linguistici, si possa parlare di lingue nazionaliste, gli esempi che incontrano il maggior numero di citazioni provengono certamente dal francese moderno. Chi non ha mai sentito parlare del famosissimo ordinateur, niente meno che il computer, o della souris, che altri non è che il mouse?

Si potrebbe pensare che per l’italiano la situazione sia completamente diversa. E invece, come ci racconta il documentario “Me ne frego!” dell’Istituto Luce a cura della linguista Valeria Della Valle e del regista Vanni Gandolfo, anche l’italiano ha conosciuto tempi di ferrea xenofobia linguistica. Se negli ultimi decenni la lingua italiana sembra aver accolto, volente o nolente, massicce quantità di prestiti – generalmente dall’inglese e soprattutto dal gergo informatico ed economico –, c’è stata un’epoca in cui era bandita ogni interferenza straniera: il ventennio fascista.

Dal balcone di Palazzo Venezia, infatti, non ci si limitò soltanto a perseguitare le minoranze linguistiche e a vietare i dialetti, ma la stessa lingua di Stato fu sottoposta a una vera e propria epurazione. Moltissimi i prestiti che furono sostituiti, più o meno felicemente, da termini italiani: lo shock diventò urto di nervi, il cocktail diventò arlecchino, il passepartout diventò chiave comune e flirtare diventò fiorellare. Alcune di queste proposte, com’è evidente, non ebbero successo, ma altre scivolarono presto nel vocabolario comune e non lo lasciarono più. Basti pensare a regista invece di regisseur o autista al posto di chauffeur.

Ma questa bonifica totalitaria, come la chiama Simonetta Fiori nella recensione pubblicata da Repubblica, tentò di piegare persino alcune forme antichissime della lingua italiana. È il caso della forma di cortesia Lei. Troppo effemminata per i gusti del Duce, fu sostituita per legge dal Voi, evidentemente più virile ed energico. Un delirio che portò all’allestimento della celeberrima Mostra Anti Lei e che culminò con la censura grammaticalmente insensata della rivista femminile “Lei”, ribattezzata in “Annabella”.

In questi tempi di rinati nazionalismi l’interessante contributo di “Me ne frego!”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, serve da monito. L’epoca delle purghe fasciste, linguistiche e non, non è poi così lontana.